Il mio amore è un animale affamato

Il mio amore è un animale affamato
fra i distretti della carestia
Il mio amore si aggrava
come una violenta parentesi

Non indossa segni vistosi
va in giro nudo di follia
Il mio amore
se ne sbatte delle ecchimosi

Il mio amore annega in fiumi d’ombra
soddisfando i suoi clienti
Il mio amore senza mutandine
dietro i guard rail
di tangenziali luciferine

È una Zona denuclearizzata
È campi di grano elettrici
Il mio amore è incubo
come tank sovietici
sulle rive adriatiche

Il mio amore è in assetto anti-sommossa
Si porta in tasca i temporali
in attesa della più grande tempesta

Il mio amore è un petalo indiscreto
crollato nel silenzio
È una frangia violenta
pronta alla rivolta

E’ un violino in fiamme
per eccesso di musica

Il mio amore in gabbia
è il fenicottero
che si spezza le unghie
in preda alla rabbia.

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“Apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti” (di Italo Calvino)

Trentuno anni fa Italo Calvino pubblicò su La Repubblica (il 15 marzo 1980) il suo “Apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti“. Trentuno anni fa, come fosse oggi.

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, nè che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri. Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla. Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perchè sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s’era perpetuata una contro società di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una contro società che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sè (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così la contro società degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’e’. Bè adesso sappiamo cos’è”.

Italo Calvino

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Nessuna scadenza

Magari riascolto il tuo odore violento
che strappa, sorridente, ricordi dalla testa
come denti cariati dal profumo

ma è il risveglio senza graffi il problema
con nefaste conseguenze di distanza
e quel cerchio infuocato delle coincidenze
che ci ha fregato tutto.

Per non parlare poi di primavera tra artigli
e zucchero di canna e alberghi a buon prezzo
in una notte panoramica su un impero fatto a pezzi.

A buon prezzo, in fondo, per darti la mia testa
a buon prezzo per toglierti di dosso
un colore falso e svelarti candida.
Non avrei voluto vederti
così belligerante e disarmata.

Ma le tue piume mi dicevano
di mille ore che non bastano
mille ore che ammalandoci
si sgretolano rapide.

All’altezza del tuo cuore
non sentivo il mondo scricchiolare.
Il mondo, che di noi non si curava
e che noi non curavamo.
All’altezza del tuo cuore
non sentivo il mondo sprofondare.

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Amore dopo amore (Derek Walcott)

Derek Walcott

Tempo verrà

in cui, con esultanza,

saluterai te stesso arrivato

alla tua porta, nel tuo proprio specchio,

e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.

Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore

a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato

per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,

sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott, poeta delle Indie Occidentali, premio Nobel per la letteratura nel 1992.

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A volte la penombra

 

 

C’è purezza nel cuore del peccato

odore di alloro bruciato

lungo le strade dell’estate.

 

A volte la penombra

lascia vuoti pacchetti

di sogni sul mio letto

 

strani, bagnati messaggi:

la risacca dei ricordi

sulle coste del domani

 

(forse soltanto non esisti più

soltanto appartieni a un altro mondo

forse adesso sei carne di farfalle

 

un contagio salvifico

come l’errore opportuno

in un due più due

l’orrore dolcissimo

nel globale scorrere

 

sei la verità strafatta

di menzogne

la parte zuccherina

della morte

 

Sei la notte

della notte).

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Acqua sessuale (Pablo Neruda)

Marie Hochhaus

Rotolando a goccioloni soli,
a gocce come denti,
a densi goccioloni di marmellata e sangue,
rotolando a goccioloni,
cade l’acqua,
come una spada in gocce,
come un tagliente fiume vitreo,
cade mordendo,
scuotendo l’asse di simmetria, picchiando sulle costure dell’anima,
rompendo cose abbandonate, infradiciando il buio.

E’ solamente un soffio, più madido del pianto
un liquido, un sudore, un olio senza nome,
un movimento acuto,
che diviene, si addensa,
cade l’acqua,
a goccioloni lenti,
verso il suo mare, verso il suo asciutto oceano,
verso il suo flutto senz’acqua.

Vedo l’estate distesa, e un rantolo che esce da un granaio,
cantine, cicale,
città, eccitazioni,
camere, ragazze
che dormono con le mani sul cuore,
che sognano banditi, incendi,
vedo navi,
vedo alberi col midollo
irti come gatti rabbiosi,
vedo sangue, pugnali e calze da donna,
e peli d’uomo,
vedo letti, vedo corridoi dove grida una vergine,
vedo coperte ed organi ed alberghi.

Vedo i sogni silenziosi,
accetto gli ultimi giorni
e anche le origini e anche i ricordi,
come una palpebra atrocemente alzata per forza
sto guardando.

E allora c’è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un incollarsi di carne
e gambe, bionde come spighe, che si allacciano.
Io ascolto in mezzo al fuoco di fila dei baci,
ascolto, turbato tra respiri e singhiozzi.

Sto guardando, ascoltando,
con metà dell’anima in mare e metà dell’anima in terra
e con le due metà guardo il mondo.

E per quanto io chiuda gli occhi e mi copra interamente il cuore,
vedo cadere un’acqua sorda,
a goccioloni sordi.
E’ un uragano di gelatina,
uno scroscio di sperma e meduse.
Vedo levarsi un cupo arcobaleno.
Vedo le sue acque attraverso le ossa.

(Pablo Neruda, da “Residencia en la terra” 1931-35)

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111: foto e poesie per la prima mostra su Facebook

111 è la pagina della prima mostra itinerante virtuale su Facebook. 111 è la voglia di un-ire la poesia con la fotografia. 111 è il risultato del lavoro di 1 fotografo e 1+1 poeti.
Attualmente in mostra a Palazzo Schifanoia (Ferrara)

QUI SOTTO DUE FOTO-POESIE DELL’EVENTO INTITOLATO “LA VISIONE DEL CONTRASTO”

"Building In" CATTARO (MNE)

Eh oh
non ne so niente di New York
Parigi
Roma
Berlino.
Non ne so niente
dei bassifondi delle città magiche dei grandi romanzi.
Niente.
Se conosco qualcosa
sono i paesi del sud che sanno di primo ‘900 dimenticato in freezer.
I paesi sospesi del sud
che sembrano quei vasi etruschi mezzi rotti che annoiano i bambini ai musei.
Sono i miei amici che non sanno cosa faranno da grandi
e il tempo che qui cammina più lento degli ulivi.
Se conosco qualcosa
sono le storie di ieri
e le notti-balene arenate sulla costa sbagliata della storia.
E accontentatevi
che non è mica colpa mia.

(FOTO CLAUDIO ESPOSITO – TESTO NAIV SIROB)

Santa Sofia (ISTANBUL - TR)

Caro Gesù
i fondamentali dell’economia statunitense
sono saldi
la bolla edilizia
si sgonfierà
dicono
senza problemi
e la locomotiva tedesca
ha ripreso a carburare

l’euro si mantiene stabile
e c’è attesa
perché i mercati asiatici
apriranno nella notte

senza contare
che le ‘Intesa Sanpaolo’
già, San Paolo,
sono in rialzo

quindi quest’anno
non salire
non salirci sulla croce
non conviene,
Piazza Affari potrebbe risentirne.

(FOTO DI CLAUDIO ESPOSITO – TESTO DI ANTONELLO CASSANO)

Questa la pagina Facebook della mostra.

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