Capuchino: festa e morte a Pamplona

L’odore di morte ti prende allo stomaco ogni mattina, mezz’ora dopo le otto. L’odore di morte allegra si accompagna a quello dei cornetti caldi, dei caffè annacquati e dei giornali freschi di stampa carichi di particolari sui feriti nella corsa del giorno prima, nelle viuzze del centro bagnato, ordinatissimo e rimesso a nuovo in mezz’ora da un servizio di pulizia teutonico per efficienza. Ma per quanto le stradine devote a San Fermin siano pulite, non si potrà mai per tutti gli otto giorni della festa, mandar via quell’odore di morte, di sangue e di toro, che infesta le narici e le menti di cittadini e migliaia di turisti, tutti vestiti di bianco, con il tradizionale pañuelo rosso e l’altrettanto rosso cinturon. Fino al quarto giorno gli encierros si sono svolti con la solita regolarità e i fisiologici ricoveri ospedalieri, per lo più di inesperti stranieri troppo poco lucidi per affrontare la corsa dopo una notte di bagordi, troppo ubriachi per schivare gli altri corridori in corsa. Perché il primo pericolo durante la corsa non viene certo dai tori ma da chi ti è attorno, spaventato a morte come te, che come te in fondo non vede l’ora che finisca, che come te non sente altro che le urla della gente, non vede che bandiere basche sui balconi dei palazzi restaurati da poco, stretti stretti uno all’altro a creare il dedalo medievale del centro storico di questa città ordinatissima nella sua follia. Per un anno intero i pamploneses aspettano l’arrivo della settimana tra il 6 e il 14 luglio per festeggiare Firmino, vescovo decapitato nel 303 dopo Cristo nella lontana Amiens, dall’altra parte dei Pirenei. La puzza di morte, l’attesa dei tori, ti tiene sveglio per tutte le notti della fiesta. Anche perché andare a dormire con quello che accade in città non appena cala il sole sarebbe impossibile: per parlare con il proprio vicino per le strade bisogna gridare, bisogna sovrastare le bande musicali di quartiere che fino all’alba accompagnano con trombe e tamburi incessanti le bevute infinite in questa Iruña, il nome di Pamplona in basco, che si fa babelica. Bisogna ogni notte sgomitare per camminare. La follia dei pamploneses contagia tutti, quasi subito. Come ha scritto Hemingway nel suo primo romanzo quasi tutto ambientato in questa città, la festa esplode all’improvviso e tu puoi ritrovarti completamente impreparato all’evento.

Il quarto giorno Capuchino, una bestia di seicento chili rimasta indietro nella corsa che parte dai recinti di Santo Domingo, non ne vuole sapere di entrare nella Plaza de toros (la fine del viaggio per i tori dopo 850 metri di percorso) e fa impazzire la folla all’altezza dell’ingresso nell’arena.

La bestia, confusa, comincia a menare in aria corna e zoccoli, provocando il panico tra la folla che cerca di scavalcare le palizzate di legno rimontate ogni mattina per difendere gli spettatori e segnare il percorso dell’encierro. Le palizzate sono affollate di gente, un ragazzo madrileno di 27 anni, Daniel Romero, un aficionado con numerose corse alle spalle, non riesce a scavalcare, inciampa e cade per terra nel momento in cui il corno di Capuchino recide la sua giugulare all’altezza del collo. È una coltellata rapida subito prima che si abbia la meglio sul toro spingendolo nell’arena. La «Tve» ha ripreso tutto, in diretta. Fra poco le immagini faranno il solito giro del mondo. Comincerà la caccia ai familiari in lacrime. La mattina dopo i giornali riporteranno i particolari. Intanto si diffonde di nuovo l’odore di morte per le strade, misto a sangue e caffè. La festa non è finita.

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