Io ho ucciso Maria Grazia Cutuli

In quella zona eravamo noi a decidere chi sarebbe passato per la strada e chi per le armi. Negli ultimi mesi la situazione si era fatta esplosiva. Troppi stranieri in giro, troppi occhi curiosi. Dall’alto non avevano dubbi, tutti gli occidentali erano colpevoli e meritavano la morte. Un ordine è un ordine. E una raffica di mitra non si doveva risparmiare a nessun occidentale. Per non parlare del denaro che avevano addosso questi pazzi. Inoltre da quando ai vertici si erano inseriti gli uomini dei servizi pakistani anche il nostro gruppo si era riorganizzato con più facilità. A Tangi Abrishum quella sera faceva così freddo che la morte l’avresti anche desiderata. Dissi a mio fratello di tenere gli occhi aperti. E quando Mar avvistò due auto sospette inerpicarsi su per la strada sterrata, ripida, la strada polverosa e gelida che portava alla capitale, pensai che avevano proprio sbagliato momento per venire a farci visita. Ci mettemmo in mezzo alla strada decisi a non farli passare. Potei guardare il terrore impadronirsi dei loro volti. Ricordo benissimo che Taher ordinò di scendere dalle auto, e subito vedemmo spuntare quattro volti terrorizzati. Non ci volle molto per deciderci sul da farsi. Quelli erano stranieri e gli stranieri stavano invadendo la nostra patria, gli stranieri stavano corrompendo i nostri costumi, volevano impadronirsi delle nostre ricchezze, quindi erano nemici da eliminare. Ci capitarono proprio dei giornalisti, ne avevamo bisogno in quel momento non facile per la resistenza. Dovevamo far capire al mondo che non eravamo sconfitti, che la guerra non era finita, anzi: era appena cominciata. Ricordo benissimo che un tizio dei quattro provò a spiegare, era un afgano, tentò invano una disperata trattativa ma fu subito zittito. Ricordo che Mohammed ebbe la telefonata. Che Mohammed dopo quella telefonata divenne più sbrigativo. Furono allontanati gli autisti e gli interpreti, e portammo i quattro dietro la roccia. L’afgano parlava ancora cercando di spiegare. Le lingue straniere si accavallavano una sull’altra per la paura, non capivo cosa dicevano ma ero sicuro che stessero pregando. La donna che era con loro, non avrebbe neanche dovuto permettersi di trovarsi lì, sola con degli uomini, non avrebbe dovuto trovarsi in quella situazione. Lo sapeva qual era il suo ruolo? Qual era il suo compito lo sapeva? La donna urlava, le avevamo rotto gli occhiali, le avevamo preso il computer e cominciammo a metterle le mani addosso, urlava perchè le mettevamo le mani addosso. Reza sparò subito a quel falso musulmano che continuava a lagnarsi. Reza era il primo a sparare. Reza, si portava la morte sul collo. Gli altri li mettemmo in fila. Subito dopo sparammo a lei. Sparammo a lei perchè non ne potevamo più dei suoi occhi. Quegli occhi avrebbero dovuto essere rivolti verso la terra e invece non smettevano di rovistare nelle nostre anime. Quegli occhi che dovevano servire solo a comprendere ordini e obbedire, lei non li voleva abbassare. Le abbiamo sparato per rispondere alle pallottole che quegli occhi ci lanciavano. Mai una donna mi imbarazzò così tanto. Poi facemmo fuori gli altri due. Tornammo con calma all’avamposto. Avevamo svolto il nostro dovere. Nei giorni successivi fummo costretti a disperderci. Mai una donna mi imbarazzò così tanto.

POST SCRIPTUM

Questa è la testimonianza raccolta da uno degli assassini di Maria Grazia. O meglio questa potrebbe essere la testimonianza che uno degli assassini di Maria Grazia (uccisa insieme agli altri tre giornalisti Harry Burton, Hazizullah Haidari e Julio Fuentes in un agguato nel settembre del 2001 nei pressi di Sorobi lungo la strada che da Jalalabad porta a Kabul) potrebbe rilasciare alla sua coscienza o a un giornalista fortunato. A distanza di quasi dieci anni dall’agguato l’unica certezza rimane la messa a morte di uno dei presunti assassini, Reza Khan. Dei legami fra l’agguato e i servizi segreti pakistani non si sa nulla, così come non si sa nulla dei reali motivi della morte dei quattro giornalisti. La morte spesso è inutile. Magari un giorno la storia di Maria Grazia servirà ai suoi assassini per capire. Magari un giorno le figlie degli assassini leggeranno la storia di Maria Grazia e ne ammireranno il coraggio. E la sua morte non sarà stata inutile.

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