Sul Premio Strega e altre cose morte

“Di questo libro si può parlare, di quest’altro si taccia; questo libro vinca un premio, quest’altro no. Guai a te, Direttore di rivista, se fai recensire favorevolmente questo libro. E se tu, Scrittore, non fai una recensione buona di quest’altro libro, me la pagherai: infatti nessuno dei miei rotocalchi parlerà più di te. Ah, tu, Letterato, sei amico di quest’altro letterato? Ebbene, tradiscilo, altrimenti non ti rinnovo il contratto con la mia casa. Sei il votante di un premio? Bene, dammi la scheda, o entri nella lista di proscrizione. Beh, prendi questi soldi, dammi la scheda”.

Pier Paolo Pasolini, da “Il Giorno“, 24 giugno 1968

“…La battaglia perduta del Premio Strega sarà una battaglia perduta non dico della letteratura italiana, ma della cultura italiana. Vorrà dire che d’ora in poi i libri saranno scritti da certi editori: vorrà dire che tutto ciò che una cultura letteraria può dare a una nazione, sarà totalmente negativo, in quanto sarà costruito da prodotti di consumo medi, dove tutto ciò che è la reale funzione del poeta, anche minore (protesta, contestazione, invenzione, innovazione, irriconoscibilità, problematica, scandalo, religiosità, dubbio, maledizione, vitalità) sarà scomparso.

Pier Paolo Pasolini, da “Il Giorno”, 4 luglio 1968

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Previsioni del tempo perso

Il penultimo segno

se lo porta l’asse

anticiclonico britannico

che si disporrà in modo tale

da proteggere l’intero

bacino del Mediterraneo.

V’è da attendersi pertanto

una bella giornata di sole

su gran parte delle regioni.

Di te va via il penultimo

segno. L’ha preso

il dubbio grave

che tu sia stata non

più che una folata

e io ho quasi chiuso

la finestra che apristi.

Si attende un lieve rinforzo

del contributo subtropicale

al campo di alta pressione

già presente da giorni.

Spettinato, mi ricompongo

e mi sfilo dal torace

la tua ultima piuma

acuminata.

Venti deboli,

in direzione variabile.

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Dovrebbe essere sempre così

Dovrebbe essere sempre così
la luce verde del bar all’aperto
a illuminare gli immigrati
il palazzo dell’ateneo
bianco bianco di ignoranza

le georgiane nella piazza
a chiamare i parenti persi
nei paesini dell’est Europa

conosco bene il rosso
dei negozi di cellulari
la messicana che ride coi negri
davanti al Mcdonald’s

conosco l’orologio della stazione
sempre in ritardo
conosco la malattia della provincia
questo andare
ed essere già arrivati.
E’ tutta qui la vostra città?

Certi pomeriggi in punto di morte
hanno i colori del rinascimento
e supermarket pieni di paura
di rimanere senza latte
convenzioni europee
stipulate con i visigoti

la pioggia arriva improvvisa
anche sulla testa del meteorologo
e l’autista del corriere espresso
che ha espresso il desiderio
di non tornare a casa, stasera

stasera le palme, i piccoli paesi
senza stazioni, senza lampioni
le piccole figlie di puttana
delle poesie di Bodini.

Mercoledì ventidue febbraio duemilamai,
duemilasempre
il buio arriva puntuale
dalle valigie dei passeggeri
e tu che ascolti non ascolti
ma senti il suono e ti ammali

“La precarietà – dice un viaggiatore – il precariato
della nostra esistenza – rincara la dose – quelle cose
ingiuste che chiamano spose. Ma io volevo fare
un viaggio tranquillo, con tante discese”

dovrebbe essere sempre così
coi matti che urlano
al centro della strada

E non comprenderai mai
le cose scandalose
le pescherie piene di rose
i punteggi delle graduatorie
i ritardi delle poste
e le rotatorie infinite del tuo paese

come se girare in tondo
fosse la soluzione.

Ma dovrebbe essere sempre così.
Uno sconosciuto si specchia
nelle vetrine della città.

Mi sto ancora cercando.

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“Con usura”, di Ezra Pound (che non c’entra nulla con gli idioti di Casa Pound)

"La calunnia", Sandro Botticelli

CANTO XLV

Con usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v’è chiesa con affreschi di paradiso
arpe et liuti
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate,

con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa, ma per vendere e vendere
presto e con profitto,peccato contro natura,
il tuo pane sarà straccio vieto
arido come carta,
senza segala nè farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio

CON USURA
la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l’usura, spunta
l’ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila. Pietro Lombardo
non si fé con usura
Duccio non si fé con usura
né Pier della Francesca o Zuan Bellini
né fu la “Calunnia” dipinta con usura.
L’Angelico non si fé con usura, né Ambrogio de Praedis,
Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
Con usura non sorsero
Saint Trophime e Saint Hilaire,
Usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte e artigiano
tarla la tela nel telaio, non lascia tempo
per apprendere l’arte d’intessere l’oro nell’ordito;
l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama
in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
Usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane drudo,
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra i giovani sposi

CONTRO NATURA
Ad Eleusi han condotto puttane
Carogne crapulano
ospiti d’usura.

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C’è un’immagine di partenza

C’è un’immagine di partenza
è un’immagine di fumo azzurro
che dà di colpo la fragilità
è un portafogli perso nel deserto

con tutte le certezze dentro
la carta di non identità
la carta prepagata dell’anima
che l’anima scorre spesso
in fiumiciattoli di modestia

mai una ripida, mai

e poi c’è la patente di normalità
che se ti ferma la polizia
puoi dire di saper guidare tu,
la tua vita

C’è un’immagine di partenza
è un’immagine fiammeggiante nella testa
una crepa piuttosto, o una fenditura:

(i paninari e la statua dimenticata
di Mazzini nel parco e lo sguardo
evitato in fretta, la telefonata
che non arriva.
Il traffico fermo, per sempre
i tuoi capelli neri
e la tua risata nera
e la gente che prende le piazze
e la cara, vecchia, aids.
La tua mano nella mia mano
Il profumo di morte della primavera
la tua mano nella mia mano)

C’è un’immagine di partenza
è un’immagine di una madre
che bacia in bocca il figlio
prima della partenza
e d’un colpo è la fragilità
e la febbre alta del futuro
sempre più alta
altissima. Alta quanto
una panchina piena di barboni

Alla radio
la signora Catastrofe
si lucida le labbra
con queste ore pesanti

C’è un’immagine di partenza
che separa il mondo
e non ritorna.

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Genova

Genova lo shock
Genova la matta
Genova la tentatrice
Genova l’attentatrice
Genova puttana

Genova il mare
Per le strade
Genova il sale
Per le strade

Genova
Le tue scale infinite
Genova
Le vite straniere
A te legate

Genova a Bari
Genova napoletana
Genova ventre molle
Fast food dall’Ecuador
Genova fattona
Il pieno sud
in pieno nord

Genova la pura
Genova i più puri
Distesi e fottuti
Genova giustifica
Genova l’America

Genova vulnerabile
capitale poetica
nel fiume salato
Genova deraglia
Genova la perla
e la malattia
della conchiglia

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L’ultimo romanzo di Foster Wallace (brano estratto da “Il re pallido”)

Diciamo che in campo economico e sociale siamo in una specie di transizione tra l’età della democrazia industriale e la fase successiva, dove la democrazia industriale si occupava di produzione, l’economia dipendeva dall’aumento costante della produzione e la grande tensione democratica era tra i bisogni dell’industria di politiche che favorissero la produzione e i bisogni del cittadino di beneficiare della produzione e al tempo stesso di vedere i suoi diritti e interessi fondamentali protetti dall’enfasi sempliciotta dell’industria sulla produzione e sui profitti.
– Non ho capito bene cosa c’entra la metafisica, Nichols.
– Forse non è la metafisica. Forse è esistenzialismo. Parlo della profonda paura del singolo cittadino statunitense, quella stessa paura di base che abbiamo io e voi e che hanno tutti solo che nessuno ne parla a parte gli esistenzialisti in una prosa francese involuta. O Pascal. La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò, anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…
– Qualcuno ha l’ora? Quant’è che siamo qui, tre ore?
– E non solo questo, ma tutti quelli che mi conoscono o sanno anche solo che esisto moriranno, e poi tutti quelli che conoscono quelle persone e potrebbero anche solo aver sentito parlare di me moriranno, e via dicendo, e le lapidi e i monumenti funebri che paghiamo profumatamente per essere sicuri di restare nel ricordo, quanto dureranno, un centinaio d’anni? Duecento? Dopodiché si sgretoleranno, e l’erba e gli insetti che la mia decomposizione andrà ad alimentare moriranno, e i loro discendenti, o se sarò cremato gli alberi che si nutriranno delle mie ceneri portate dal vento moriranno o verranno abbattuti e marciranno, e la mia urna marcirà, e nell’arco di tre o quattro generazioni sarà come se non fossi mai esistito, non solo me ne sarò andato ma sarà come se non ci fossi mai stato, e nel 2104 o che so io la gente non penserà a Stuart A. Nichols Jr. più di quanto io pensi a John T. Smith nato nel 1790 o nel 1864 a Livingston, in Virginia o ad altri. Che ogni cosa arde, a fuoco lento, e siamo tutti a meno di un milione di respiri da un oblio più totale di quanto riusciamo anche solo lontanamente a immaginare, anzi, forse viene proprio da qui la folle ossessione americana per la produzione, produrre, produrre, incidere sul mondo, dare un contributo, una forma alle cose, per aiutare a distrarci da quanto siamo piccoli, totalmente insignificanti e temporanei.
– Sai che novità. Notizia flash: moriremo.


© 2011 David Foster Wallace
Literary Trust All Rights Reserved
© 2011 Giulio Einaudi editore s.p.a, Torino

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Il mio amore è un animale affamato

Il mio amore è un animale affamato
fra i distretti della carestia
Il mio amore si aggrava
come una violenta parentesi

Non indossa segni vistosi
va in giro nudo di follia
Il mio amore
se ne sbatte delle ecchimosi

Il mio amore annega in fiumi d’ombra
soddisfando i suoi clienti
Il mio amore senza mutandine
dietro i guard rail
di tangenziali luciferine

È una Zona denuclearizzata
È campi di grano elettrici
Il mio amore è incubo
come tank sovietici
sulle rive adriatiche

Il mio amore è in assetto anti-sommossa
Si porta in tasca i temporali
in attesa della più grande tempesta

Il mio amore è un petalo indiscreto
crollato nel silenzio
È una frangia violenta
pronta alla rivolta

E’ un violino in fiamme
per eccesso di musica

Il mio amore in gabbia
è il fenicottero
che si spezza le unghie
in preda alla rabbia.

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“Apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti” (di Italo Calvino)

Trentuno anni fa Italo Calvino pubblicò su La Repubblica (il 15 marzo 1980) il suo “Apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti“. Trentuno anni fa, come fosse oggi.

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, nè che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri. Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla. Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perchè sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s’era perpetuata una contro società di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una contro società che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sè (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così la contro società degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’e’. Bè adesso sappiamo cos’è”.

Italo Calvino

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Nessuna scadenza

Magari riascolto il tuo odore violento
che strappa, sorridente, ricordi dalla testa
come denti cariati dal profumo

ma è il risveglio senza graffi il problema
con nefaste conseguenze di distanza
e quel cerchio infuocato delle coincidenze
che ci ha fregato tutto.

Per non parlare poi di primavera tra artigli
e zucchero di canna e alberghi a buon prezzo
in una notte panoramica su un impero fatto a pezzi.

A buon prezzo, in fondo, per darti la mia testa
a buon prezzo per toglierti di dosso
un colore falso e svelarti candida.
Non avrei voluto vederti
così belligerante e disarmata.

Ma le tue piume mi dicevano
di mille ore che non bastano
mille ore che ammalandoci
si sgretolano rapide.

All’altezza del tuo cuore
non sentivo il mondo scricchiolare.
Il mondo, che di noi non si curava
e che noi non curavamo.
All’altezza del tuo cuore
non sentivo il mondo sprofondare.

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