Nessuna scadenza

Magari riascolto il tuo odore violento
che strappa, sorridente, ricordi dalla testa
come denti cariati dal profumo

ma è il risveglio senza graffi il problema
con nefaste conseguenze di distanza
e quel cerchio infuocato delle coincidenze
che ci ha fregato tutto.

Per non parlare poi di primavera tra artigli
e zucchero di canna e alberghi a buon prezzo
in una notte panoramica su un impero fatto a pezzi.

A buon prezzo, in fondo, per darti la mia testa
a buon prezzo per toglierti di dosso
un colore falso e svelarti candida.
Non avrei voluto vederti
così belligerante e disarmata.

Ma le tue piume mi dicevano
di mille ore che non bastano
mille ore che ammalandoci
si sgretolano rapide.

All’altezza del tuo cuore
non sentivo il mondo scricchiolare.
Il mondo, che di noi non si curava
e che noi non curavamo.
All’altezza del tuo cuore
non sentivo il mondo sprofondare.

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Amore dopo amore (Derek Walcott)

Derek Walcott

Tempo verrà

in cui, con esultanza,

saluterai te stesso arrivato

alla tua porta, nel tuo proprio specchio,

e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.

Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore

a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato

per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,

sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott, poeta delle Indie Occidentali, premio Nobel per la letteratura nel 1992.

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A volte la penombra

 

 

C’è purezza nel cuore del peccato

odore di alloro bruciato

lungo le strade dell’estate.

 

A volte la penombra

lascia vuoti pacchetti

di sogni sul mio letto

 

strani, bagnati messaggi:

la risacca dei ricordi

sulle coste del domani

 

(forse soltanto non esisti più

soltanto appartieni a un altro mondo

forse adesso sei carne di farfalle

 

un contagio salvifico

come l’errore opportuno

in un due più due

l’orrore dolcissimo

nel globale scorrere

 

sei la verità strafatta

di menzogne

la parte zuccherina

della morte

 

Sei la notte

della notte).

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Acqua sessuale (Pablo Neruda)

Marie Hochhaus

Rotolando a goccioloni soli,
a gocce come denti,
a densi goccioloni di marmellata e sangue,
rotolando a goccioloni,
cade l’acqua,
come una spada in gocce,
come un tagliente fiume vitreo,
cade mordendo,
scuotendo l’asse di simmetria, picchiando sulle costure dell’anima,
rompendo cose abbandonate, infradiciando il buio.

E’ solamente un soffio, più madido del pianto
un liquido, un sudore, un olio senza nome,
un movimento acuto,
che diviene, si addensa,
cade l’acqua,
a goccioloni lenti,
verso il suo mare, verso il suo asciutto oceano,
verso il suo flutto senz’acqua.

Vedo l’estate distesa, e un rantolo che esce da un granaio,
cantine, cicale,
città, eccitazioni,
camere, ragazze
che dormono con le mani sul cuore,
che sognano banditi, incendi,
vedo navi,
vedo alberi col midollo
irti come gatti rabbiosi,
vedo sangue, pugnali e calze da donna,
e peli d’uomo,
vedo letti, vedo corridoi dove grida una vergine,
vedo coperte ed organi ed alberghi.

Vedo i sogni silenziosi,
accetto gli ultimi giorni
e anche le origini e anche i ricordi,
come una palpebra atrocemente alzata per forza
sto guardando.

E allora c’è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un incollarsi di carne
e gambe, bionde come spighe, che si allacciano.
Io ascolto in mezzo al fuoco di fila dei baci,
ascolto, turbato tra respiri e singhiozzi.

Sto guardando, ascoltando,
con metà dell’anima in mare e metà dell’anima in terra
e con le due metà guardo il mondo.

E per quanto io chiuda gli occhi e mi copra interamente il cuore,
vedo cadere un’acqua sorda,
a goccioloni sordi.
E’ un uragano di gelatina,
uno scroscio di sperma e meduse.
Vedo levarsi un cupo arcobaleno.
Vedo le sue acque attraverso le ossa.

(Pablo Neruda, da “Residencia en la terra” 1931-35)

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111: foto e poesie per la prima mostra su Facebook

111 è la pagina della prima mostra itinerante virtuale su Facebook. 111 è la voglia di un-ire la poesia con la fotografia. 111 è il risultato del lavoro di 1 fotografo e 1+1 poeti.
Attualmente in mostra a Palazzo Schifanoia (Ferrara)

QUI SOTTO DUE FOTO-POESIE DELL’EVENTO INTITOLATO “LA VISIONE DEL CONTRASTO”

"Building In" CATTARO (MNE)

Eh oh
non ne so niente di New York
Parigi
Roma
Berlino.
Non ne so niente
dei bassifondi delle città magiche dei grandi romanzi.
Niente.
Se conosco qualcosa
sono i paesi del sud che sanno di primo ’900 dimenticato in freezer.
I paesi sospesi del sud
che sembrano quei vasi etruschi mezzi rotti che annoiano i bambini ai musei.
Sono i miei amici che non sanno cosa faranno da grandi
e il tempo che qui cammina più lento degli ulivi.
Se conosco qualcosa
sono le storie di ieri
e le notti-balene arenate sulla costa sbagliata della storia.
E accontentatevi
che non è mica colpa mia.

(FOTO CLAUDIO ESPOSITO – TESTO NAIV SIROB)

Santa Sofia (ISTANBUL - TR)

Caro Gesù
i fondamentali dell’economia statunitense
sono saldi
la bolla edilizia
si sgonfierà
dicono
senza problemi
e la locomotiva tedesca
ha ripreso a carburare

l’euro si mantiene stabile
e c’è attesa
perché i mercati asiatici
apriranno nella notte

senza contare
che le ‘Intesa Sanpaolo’
già, San Paolo,
sono in rialzo

quindi quest’anno
non salire
non salirci sulla croce
non conviene,
Piazza Affari potrebbe risentirne.

(FOTO DI CLAUDIO ESPOSITO – TESTO DI ANTONELLO CASSANO)

Questa la pagina Facebook della mostra.

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La città nella notte è un animale che divora il buio

“Sfogliai i giorni
come libri antichi
pagine vecchie
di novità

sfogliai i giorni
e le spalle dei corvi
delle coincidenze

le nere flotte armate
delle coincidenze
nel mare sempre
in burrasca della vita

spogliai le coincidenze
fredde di casualità
nei bagni della fortuna”

La morte a volte
si affianca dolcemente
è asfalto caldo
è un volto noto
è lo sguardo della gente

e io ho una ferita al centro
ho una deriva
la mia ferita eterna
è una deriva infinita
è questo sole nero
esploso di vita.

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Gettato nel mondo

"Gaios, Paxos" di Claudio Esposito

Gettato nel mondo
l’inferno è chiuso per lavori
qui si scende
al buio
a passi immensi

e il tuo numero di telefono
è sparito dagli elenchi

e i messicani nella capitale
accanto alla stazione
mangiano la loro tradizione.

Non c’era gente stasera
per chiedere dov’eri
per chiedere cos’eri

tu intanto stendi il bucato
sempre più sporco
e il quartiere ti guarda male.

Ci rimane sempre l’inesprimibile.
Le parole tagliano
le parole sussurrano
le parole ondeggiano
come bambini in azione

ed io sono
questo dimenticare la vocazione
giorno per giorno
generazione per generazione.

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